Città di La Maddalena

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La Maddalena nella storia

Le isole dell’Arcipelago della Maddalena che, in epoca preistorica erano quasi completamente collegate fra loro e con la Sardegna, sono state via di comunicazione e di commercio: di qui passava l’ossidiana del monte Arci e anche la selce dell’Anglona dirette alle coste continentali dell’arco formato da Toscana, Liguria, Provenza. Prove della frequentazione umana nel Neolitico si trovano a Santo Stefano in un riparo sotto roccia che ha restituito molti ed interessanti oggetti, resti di pasto e consistente quantità di scarti di lavorazione dell’ossidiana; a Spargi in un tafone a Cala Corsara la presenza umana è attestata, con intermittente intensità, fino al Nuragico.

Ritiratisi gli abitanti verso l’interno e mutate le mete commerciali, soprattutto quelle dei metalli, l’arcipelago perse il suo ruolo di scalo e luogo di sosta; solo in epoca romana riprese questa funzione al centro della importante rotta est-ovest, che univa il Tirreno con i porti iberici, e quella nord-sud, che metteva in comunicazione la Sardegna con le coste provenzali: settoriali ma non meno importanti i collegamenti con Turris Libissonis (Porto Torres) e le cave di granito di Capo Testa e delle isole di Cavallo e San Bainzo. Nell’arcipelago rimangono tracce di frequentazione a terra e, soprattutto, resti di naufragi: di particolare importanza quello avvenuto alla fine del secondo secolo a.C. ad una nave oneraria presso la secca di Cala Corsara nell’isola di Spargi.

La caduta dell’impero romano segnò l’abbandono delle isole.

Nel Medioevo alcuni monaci scelsero la sua completa solitudine per abitare qui in piccole comunità, legate a Santa Maria Maggiore di Bonifacio, ognuna delle quali aveva una chiesetta di pertinenza a Santo Stefano, alla Maddalena e a Santa Maria. Tracce della chiesa di Santa Maria, ancora ben riconoscibile nell’Ottocento, rimangono in una casa privata alle spalle della spiaggia nell’isola omonima, mentre il resto è andato distrutto: solo rimane il toponimo Cala di Chiesa (alla Maddalena) ad attestare, presso una fonte d’acqua ben conosciuta a tutti i naviganti, la presenza di un edificio di culto.

Nella seconda metà del secolo XVII, alcuni pastori corsi provenienti dall’Alta Rocca presero a frequentare le isole: custodivano bestiame di signori bonifacini con forme di contratto che consentivano, nel tempo, di formare anche un loro gregge o un piccolo armento. Avevano scelto una vita resa pericolosa dall’isolamento e dalla presenza dei pirati barbareschi, ma ciò dava loro una assoluta autonomia in terre che nessuno rivendicava e consentiva di non pagare gli affitti che i padroni corsi pretendevano per l’uso degli indispensabili pascoli invernali. Solo nella seconda metà del Settecento, nel delicato momento in cui la Corsica stava per essere ceduta da Genova alla Francia, il Regno di Sardegna decise di inviare nell’arcipelago un corpo di spedizione per sancirne il possesso: dopo aver concordato con i pastori corsi, timorosi delle reazioni dei bonifacini nei confronti delle loro famiglie e dei loro averi lasciati nei paesi d’origine, le modalità di passaggio alla nuova condizione di sudditi sardi, il 14 ottobre 1767 un distaccamento militare sbarcò alla Maddalena. Un cappellano accompagnava la spedizione per assicurare ai pastori la parola di Dio e i sacramenti, e, nel contempo, contribuire ad aggregarli in una comunità riconosciuta. E sul Collo Piano, nei pressi del quale sorgeva la maggior parte delle loro piccole case, fu eretta la prima chiesa, quella che oggi conosciamo intestata alla SS Trinità.

I pastori corsi dell’arcipelago, al contrario di quelli galluresi, avevano confidenza col mare che solcavano continuamente per trasferirsi da un’isola all’altra, per commerciare con gli abitanti della costa prospiciente, per rientrare a Bonifacio nei mesi estivi dove battezzavano i bambini nati durante l’inverno e regolavano i loro affari con i padroni del bestiame: non fu quindi difficile per loro diventare marinai, entrando in forze nella Regia Marina Sarda con i loro fantasiosi nomi di battaglia. E quando, nel 1793, la Francia rivoluzionaria attaccò la Sardegna con le due spedizioni di Cagliari e della Maddalena, trovò qui una difesa forte formata dai nuovi sudditi sui quali ancora molti nutrivano sospetti di legami indissolubili con la loro terra d’origine. Napoleone faceva parte della spedizione come ufficiale di artiglieria e, da Santo Stefano, facilmente conquistata, bombardò il centro abitato della Maddalena il 23 e 24 febbraio di quell’anno, ma, a causa di un ammutinamento degli equipaggi francesi e, soprattutto, della strenua difesa dei maddalenini, dovette abbandonare il progetto di conquista.

Nel 1794 gli abitanti erano 867.

Durante gli anni delle guerre napoleoniche, La Maddalena fu sede della piccola marina sarda agli ordini del barone Giorgio Andrea Desgeneys che vegliava sulle Bocche di Bonifacio, difendeva con gli scarsi mezzi a disposizione le coste dalle continue insidie barbaresche e, grazie alla neutralità dichiarata dal re di Sardegna, tentava di mantenere ordine fra i rissosi corsari delle nazioni in guerra. La presenza della flotta inglese che spesso si ancorava nella rada di Mezzoschifo (oggi Porto Rafael) e in quella di Arzachena, utilizzando La Maddalena come base logistica di rifornimenti, fece conoscere all’Europa, attraverso le parole dell’ammiraglio Nelson, l’importanza strategica dell’arcipelago nello scacchiere mediterraneo. Ma quando il trattato di Vienna assegnò la Liguria al regno di Sardegna, Genova divenne la sede della marina e La Maddalena perse, ancora una volta, il suo ruolo.

Nel 1800 contava 1460 abitanti.

I comandanti delle piccole imbarcazioni militari e i padroni marittimi mercantili diventavano il nucleo intorno al quale andava formandosi la borghesia isolana, i cui interessi gravitavano sul mare: d’altra parte non esisteva proprietà fondiaria visto che tutte le isole erano demaniali. Nel 1843, nel tentativo di sviluppare l’agricoltura con la creazione di una piccola ma diffusa proprietà privata, lo stato decise di assegnare tutte le terre libere dell’arcipelago, divise in lotti, ai capifamiglia isolani. Questa era la situazione che Garibaldi trovò nell’isola quando vi sbarcò per la prima volta, nel 1849, esule dopo il fallimento della Repubblica Romana, accolto con affetto dalla famiglia di quell’Antonio Susini che con lui aveva combattuto a Montevideo e a cui egli aveva lasciato il comando della Legione Italiana. Dovevano passare ancora sei anni prima che l’eroe decidesse di fermarsi a Caprera, acquistando, attraverso l’amico Pietro Susini, suo procuratore, tutti i lotti disponibili. A partire dal 1856 Garibaldi visse a Caprera, dove creò una solida azienda agricola, allontanandosene solo per prendere parte alle vicende del Risorgimento italiano.

Il 1882, data della morte di Garibaldi, segnò per altro verso il destino della Maddalena: l’Italia entrava a far parte della Triplice Alleanza a fianco degli Imperi Centrali e, rispolverando le teorie di Nelson sulla centralità dell’arcipelago rispetto alle coste continentali europee, si decise di trasformarlo in una potente piazzaforte marittima il cui cuore pulsante divenne la Base Navale. A corona, intorno alla rada, furono costruite potenti fortificazioni, posti di vedetta, casermaggi, depositi di munizioni, e, importante dal punto di vista urbanistico, la zona dei servizi che, dalle palazzine del comando intorno alla piazza Umberto I, andava lungo il mare ai circoli ufficiali e sottufficiali, agli approdi delle torpediniere, alle Scuole per gli allievi sottufficiali, all’Ospedale Militare, alla Disciplina, al Bagno penale, all’Arsenale con i suoi impianti produttivi, coi depositi di carbone, con i dissalatori. Fu un periodo di crescita notevole: la popolazione passò da 1895 abitanti del 1881 agli 8361 del 1901. La città assunse il volto che le conosciamo, coi suoi palazzi umbertini decorati dai balconi con le belle ringhiere in ghisa, con la pavimentazione di granito, i suoi edifici pubblici, quali il mercato, il palazzo comunale, quello delle scuole elementari. Grande importanza ebbe lo sviluppo delle cave di granito che fornirono materiale da pavimentazione e da costruzione ininterrottamente dal 1870 circa al 1940.

Il cambiamento di alleanze che portò l’Italia a schierarsi, nella prima guerra mondiale, con Francia e Inghilterra consentì alla Maddalena di passare quasi indenne attraverso il conflitto. Anche la seconda guerra mondiale non toccò direttamente l’arcipelago, che pure era stato munito di altre fortificazioni antiaeree e antinave, fino ad aprile del 1943: il 10 di quel mese, infatti, il primo bombardamento alleato distrusse buona parte dell’arsenale militare, affondò l’incrociatore Trieste in rada a Mezzoschifo e danneggiò seriamente l’altro incrociatore gemello, il Gorizia, ancorato alle Saline, presso capo d’Orso. Quattro mesi dopo, il 7 agosto, arrivava qui Benito Mussolini, prigioniero nella villa Webber fino al 27 dello stesso mese data in cui fu trasferito al Gran Sasso.

Dopo la dichiarazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi che si ritiravano dalla Sardegna verso la Corsica occuparono le zone nevralgiche della piazzaforte, provocando una reazione delle forze armate presenti e un sanguinoso scontro nella giornata del 13 settembre.

La fine della guerra decretò lo smantellamento di gran parte delle strutture militari.

Nel 1972, grazie ad accordi bilaterali fra Italia e Stati Uniti d’America, lo Stato italiano concesse a questi ultimi un approdo sulla costa orientale di Santo Stefano: qui le navi officina, alternatesi nel tempo, accoglievano ai loro fianchi i sottomarini americani in servizio nel Mediterraneo, mentre a terra si creava un “supporto” di uffici amministrativi, alloggi per le famiglie, scuole. Gli americani sono andati via nel 2008.

Professoressa Giovanna Sotgiu